Il bar italiano tra numeri, identità e nuove sfide: cosa raccontano i dati FIPE e cosa attende il 2026
02/02/2026
Al recente Sigep di Rimini, la tavola rotonda promossa da FIPE-Confcommercio ha messo al centro un tema che va ben oltre il perimetro del settore: il futuro del bar italiano come infrastruttura economica e sociale del Paese. Un confronto costruito sui dati, ma anche sulle esperienze dirette, che ha visto dialogare Lino Enrico Stoppani, Andrea Illy, Alessandro Angelon e Paolo Staccoli, offrendo una fotografia nitida di un comparto centrale nella quotidianità degli italiani e al tempo stesso attraversato da fragilità strutturali.
Il bar continua a essere “fuori casa che sa di casa”: dal primo caffè del mattino all’aperitivo, fino al dopocena, resta uno spazio di relazione, di ritualità e di riconoscimento reciproco, capace di resistere ai mutamenti dei consumi e alle trasformazioni urbane.
Un settore capillare che muove miliardi (ma con margini sottili)
Secondo l’analisi FIPE su dati Tradelab, nel 2025 i bar italiani hanno generato quasi 6 miliardi di visite e un valore di mercato pari a 23,8 miliardi di euro. Numeri che raccontano la forza di un comparto composto da oltre 152 mila esercizi, diffusi in modo capillare: tre Comuni su quattro ne ospitano almeno uno, con orari medi di apertura di 14 ore al giorno, spesso sette giorni su sette.
La distribuzione delle visite conferma il ruolo del bar come snodo quotidiano: il 44% è legato alla colazione, il 29% alle pause, il 14% all’aperitivo, con percentuali minori ma significative per pranzo, cena e dopocena. È la scansione di una giornata-tipo che passa, quasi inevitabilmente, dal bancone.
A fronte di questa centralità, l’equilibrio economico resta delicato. Lo scontrino medio si ferma a 4,20 euro, un valore che rende evidente quanto il modello richieda volumi elevati, continuità operativa e una gestione attenta dei costi, in un contesto dove l’impegno quotidiano è elevato e la redditività compressa.
Lavoro, imprenditorialità e ricambio generazionale
Il comparto dei bar impiega 367.900 addetti, con una forte componente femminile (58,9%) e giovanile (41,3% sotto i 30 anni). Oltre un lavoratore su cinque è di origine straniera, mentre il 57,5% dei dipendenti ha un contratto a tempo indeterminato, dato che conferma la funzione occupazionale stabile del settore. Tutti indicatori in crescita nel triennio 2023-2025.
Il tessuto imprenditoriale resta fortemente indipendente: oltre 148 mila bar sono attività autonome, mentre solo una quota marginale appartiene a catene. È il segno di un modello “familiare”, radicato nei quartieri e nei centri storici, che contribuisce alla qualità dello spazio urbano ma che paga un tasso di vulnerabilità non trascurabile. Nei primi tre trimestri del 2025 il saldo tra aperture e chiusure è stato negativo, con quasi 2.900 esercizi in meno, e solo il 53% delle imprese supera i cinque anni di attività.
Verso il 2026: tra sostenibilità, qualità e innovazione
Per Lino Enrico Stoppani, i dati indicano una direzione chiara: il futuro del fuoricasa passa dalla capacità di trovare un nuovo equilibrio tra sostenibilità economica, qualità dell’offerta e adattamento a consumi in rapido cambiamento. Bar, gelaterie e pasticcerie non sono solo attività economiche, ma presìdi di socialità e attrattività turistica, parte integrante di quell’identità italiana riconosciuta anche a livello internazionale.
Sulla stessa linea Andrea Illy, che ha sottolineato come i cambiamenti demografici, lavorativi e normativi abbiano reso il mercato più complesso, ma abbiano anche rafforzato il bisogno di ristoro e convivialità, alimentato dai flussi turistici. Le opportunità, secondo Illy, esistono e passano dall’innovazione, dalla formazione professionale e da modelli di business capaci di mobilitare investimenti senza snaturare l’anima del bar italiano.
Il 2026 si profila così come un anno decisivo: non per trasformare il bar in qualcosa di diverso, ma per metterlo nelle condizioni di continuare a svolgere il suo ruolo storico, adattandosi ai tempi senza perdere identità.