Quanto costa l’università: tasse, ISEE e spese “vere” che definiscono il budget
14/01/2026
Quando si prova a rispondere alla domanda “quanto costa l’università”, ci si accorge presto che la risposta più onesta non è una cifra, perché l’università italiana è un sistema in cui lo stesso gesto — iscriversi — può produrre conti molto diversi a seconda del reddito familiare, delle regole dell’ateneo, della regolarità negli esami e di una serie di spese parallele che, pur non passando dalla segreteria, decidono se lo studio sarà sostenibile o diventerà una continua trattativa con il portafoglio. La tentazione di ridurre tutto alle “tasse” è comprensibile, ma porta fuori strada: per qualcuno l’università costa quasi zero sul piano contributivo, per qualcun altro può avvicinarsi a qualche migliaio di euro l’anno, e per chi vive da fuori sede la cifra dominante spesso non è la rata, bensì l’affitto, seguito da trasporti e spese quotidiane.
Cosa si paga davvero: contributo universitario, tassa regionale e costi amministrativi
Quando si guarda una ricevuta universitaria, le voci si somigliano tra atenei ma cambiano negli importi e nel peso relativo, e già questo è un indizio: una parte è legata al contributo dell’ateneo (spesso chiamato contributo onnicomprensivo o contribuzione studentesca), una parte è composta da importi “fissi” come la tassa regionale per il diritto allo studio e l’imposta di bollo, mentre il resto può includere assicurazioni, eventuali contributi specifici e costi legati a servizi. Un esempio utile, proprio perché rende visibili le componenti, è quello dell’Università Politecnica delle Marche, dove la prima rata indicata comprende tassa regionale (140 euro) e bollo (16 euro), per un totale di 156 euro: è il tipo di cifra che molti pagano indipendentemente dalle fasce di contribuzione, e che spesso viene dimenticata quando si parla di “esonero totale”.
Quando poi si entra nella contribuzione vera e propria, il quadro diventa variabile: alcuni atenei dichiarano in modo esplicito un intervallo annuo che va da zero a qualche migliaio di euro, perché l’importo dipende dall’ISEE e dalle condizioni dello studente; l’Università di Padova, ad esempio, sintetizza il costo d’iscrizione “da 0 a circa 3.000 euro l’anno” e collega le agevolazioni alla no tax area e alle fasce ISEE.
Tasse universitarie e ISEE: la no tax area e la regola del “tetto” per le fasce medie
Quando si parla di ISEE, la differenza tra una spesa leggera e una spesa impegnativa nasce da un punto preciso: la no tax area e le riduzioni progressive. La soglia “nazionale” di riferimento per l’esonero integrale dal contributo universitario viene indicata a 22.000 euro di ISEE, con riduzioni che proseguono fino a 30.000 euro, anche se le politiche dei singoli atenei possono essere più favorevoli e alzare la soglia effettiva.
Per le fasce ISEE intermedie esiste poi una regola che spesso passa inosservata, ma che è importante per capire perché, in certi casi, l’aumento delle tasse non segue una scala “libera”: sul portale nazionale del diritto allo studio si richiama che, per ISEE compresi tra 13.000 e 30.000 euro, le tasse non possono superare il 7% della differenza tra ISEE e 13.000 euro.
Questo significa, in pratica, che una parte della contribuzione è “contenuta” da un tetto, mentre oltre certe soglie l’importo torna a dipendere molto di più dai regolamenti d’ateneo e dalle caratteristiche del corso.
Perché due studenti pagano cifre diverse: ateneo, corso, regolarità e regole interne
Quando si confrontano due esperienze universitarie, ci si accorge che il costo non dipende soltanto dal reddito: la stessa fascia ISEE può produrre importi diversi perché gli atenei applicano regolamenti propri, definiscono scaglioni e spesso legano riduzioni e importi al fatto di essere in corso, fuori corso, a eventuali esoneri specifici e a criteri di merito. L’Università di Milano-Bicocca, ad esempio, indica per il 2025/2026 un innalzamento della no tax area a 28.000 euro, segnalando come le scelte locali possano ampliare l’accesso alle agevolazioni rispetto alla soglia nazionale.
L’Università di Pisa, invece, presenta un’impostazione in cui con ISEE fino a 26.000 euro non si paga il contributo onnicomprensivo, e oltre quella soglia scattano riduzioni e un minimo dovuto: un altro esempio del fatto che “quanto costa” è spesso una funzione del regolamento dell’ateneo scelto.
In questa variabilità rientrano anche fattori meno discussi: alcuni corsi possono avere contributi aggiuntivi, alcune situazioni (seconda iscrizione, studenti part-time, carichi didattici specifici) cambiano la contribuzione, e la condizione di fuori corso, in molti atenei, modifica importi e agevolazioni. È il motivo per cui, quando si pianifica, non basta sapere la soglia ISEE: serve aprire il regolamento tasse dell’università di interesse e leggere la tabella che riguarda il proprio profilo.
Diritto allo studio: borse, esoneri e il peso della documentazione corretta
Quando il discorso passa alle borse di studio, la domanda “quanto costa” può cambiare di segno, perché in alcune condizioni l’università non è soltanto meno cara, ma può diventare economicamente sostenibile anche per chi dovrebbe affrontare spese importanti da fuori sede. Il diritto allo studio, però, si muove su due piani: requisiti economici e requisiti di merito, con scadenze che non perdonano disattenzioni. Un punto tecnico che vale più di quanto sembri è il tipo di attestazione: nei bandi regionali viene richiesto l’ISEE valido per prestazioni di diritto allo studio universitario, e alcuni documenti chiariscono che non vengono accettate attestazioni ISEE “ordinarie” non applicabili a quelle prestazioni.
Sui numeri, anche qui conviene ragionare per esempi: ER.GO (Emilia-Romagna) pubblica importi 2025/2026 che arrivano, per uno studente fuori sede con ISEE molto basso, a cifre nell’ordine di alcune migliaia di euro annui, con incrementi legati alle soglie economiche.
L’esempio non serve a “fare media” nazionale, perché ogni regione ha regole e importi, ma chiarisce il punto centrale: una borsa può incidere più delle tasse, specialmente quando il costo principale è vivere altrove.
Le spese che fanno davvero la differenza: affitto, trasporti, mensa, libri, strumenti
Quando si parla di costi universitari e si resta sulle tasse, si rischia di perdersi il nodo che pesa di più per molti: la vita quotidiana. L’affitto, nelle città universitarie, è spesso la voce dominante per chi si sposta, e a cascata arrivano utenze, trasporti locali, spesa alimentare e una quota variabile per mensa, materiale didattico e strumenti. Libri e risorse possono essere gestiti con biblioteche e usato, ma in alcuni corsi entrano software, dispositivi, laboratori, e la spesa diventa più “tecnica”; in altri casi il costo è la stampa, le dispense, i viaggi per tirocini e attività sul territorio, tutte uscite che sembrano piccole finché non si sommano.
Anche chi resta in sede, e quindi evita l’affitto, può sottovalutare trasporti e tempo: un abbonamento, spostamenti frequenti e pranzi fuori casa trasformano l’università in un costo quotidiano, e spesso è lì che una famiglia si accorge di aver stimato male, perché le uscite non hanno l’etichetta “università” ma sono generate da quell’impegno.
Un metodo concreto per stimare il budget annuale senza farsi ingannare
Quando si vuole arrivare a una cifra credibile, un metodo semplice consiste nel dividere il costo in tre blocchi: contribuzione universitaria (tasse, bollo, tassa regionale e eventuali costi fissi), spese di vita (affitto o trasporti, alimentazione, utenze), spese di studio (libri, strumenti, mobilità legata a tirocini o laboratori). La contribuzione si ottiene leggendo il regolamento tasse dell’ateneo e applicando la propria fascia ISEE; le spese di vita vanno stimate su base mensile e moltiplicate per i mesi effettivi di permanenza, ricordando che l’anno accademico non coincide sempre con dodici mesi “abitati” ma che certi contratti di affitto, invece, sì; le spese di studio richiedono un minimo di realismo sul corso scelto, perché un percorso con laboratori e materiali pratici non si comporta come uno prevalentemente teorico.
Quando poi si aggiunge la parte dei benefici, il calcolo diventa un bilancio: borse di studio, esoneri, agevolazioni su mensa e trasporti, eventuali contributi per mobilità, e qui il consiglio più utile è trattare le agevolazioni come denaro vero, ma soltanto dopo aver verificato requisiti, scadenze e documentazione richiesta, perché una domanda presentata male o in ritardo non è una “quasi borsa”, è un’assenza di sostegno.
Gli errori che fanno crescere il costo: ritardi, burocrazia e scelte di ritmo
Quando i costi aumentano senza che nessuno lo desideri, spesso non è per una tassa improvvisa, ma per un insieme di scivolamenti: presentare l’ISEE oltre i termini e perdere riduzioni, ignorare le procedure per le agevolazioni, sottovalutare la differenza tra essere in corso e accumulare ritardi, scegliere un alloggio lontano e spendere poi ogni giorno in trasporti e tempo. Anche l’organizzazione dello studio entra nel budget, perché un percorso che si allunga di un anno non significa soltanto un anno “in più” di tasse, significa un anno di spese quotidiane, di affitto se si è fuori sede, di opportunità lavorative rinviate.
Il cliffhanger, quello che di solito si capisce quando è tardi
Quando si ricostruisce il costo dell’università con un po’ di attenzione, emerge una verità scomoda e molto concreta: il denaro segue il tempo più di quanto segua le intenzioni, e la voce più difficile da prevedere non è la rata, ma ciò che accade quando il percorso si dilata, quando la borsa dipende da scadenze e merito, quando l’affitto corre anche nei mesi in cui gli esami non vanno come previsto; e a quel punto la domanda che resta aperta, quella che decide se il budget reggerà, riguarda meno “quanto costa iscriversi” e più quale margine reale esiste per proteggere la regolarità degli studi, perché è spesso lì, in quella differenza tra un anno lineare e un anno che slitta, che si nasconde il costo che non era stato messo in conto.
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Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to