Sindrome di Leigh, una ricerca internazionale apre la strada a nuove terapie
16/03/2026
Una pubblicazione scientifica comparsa sulla rivista Cell introduce un possibile cambio di prospettiva nel trattamento della sindrome di Leigh, una grave patologia mitocondriale che colpisce soprattutto bambini nei primi anni di vita. Lo studio, frutto di una collaborazione internazionale, è stato coordinato dal ricercatore Alessandro Prigione dell’Università di Düsseldorf, con un contributo rilevante da parte di ricercatori italiani attivi presso l’Università degli Studi di Milano, l’Istituto Neurologico Carlo Besta e l’Università di Verona.
Il lavoro è stato sviluppato nell’ambito del consorzio europeo CureMILS, sostenuto dal programma European Joint Programme on Rare Diseases con un finanziamento di 2,4 milioni di euro e la partecipazione di centri di ricerca europei e statunitensi.
La sfida scientifica di una malattia genetica devastante
La sindrome di Leigh è una malattia genetica progressiva che compromette il funzionamento dei mitocondri, le strutture cellulari responsabili della produzione di energia. Il sistema nervoso centrale risulta tra i più colpiti: nei bambini affetti compaiono ritardi nello sviluppo psicomotorio, crisi metaboliche, debolezza muscolare e difficoltà respiratorie. Nei quadri più severi il deterioramento neurologico procede rapidamente e la sopravvivenza può ridursi a pochi anni.
Fino a oggi la medicina disponeva esclusivamente di interventi di supporto, incapaci di modificare il decorso della malattia. Per questo motivo ogni avanzamento scientifico in questo ambito assume un valore particolare, soprattutto quando emerge da una ricerca capace di connettere sperimentazione biologica, modelli animali e osservazione clinica.
Dalle cellule dei pazienti alla scoperta di un farmaco candidato
Il gruppo di ricerca ha adottato una strategia di farmacologia traslazionale: a partire da cellule cutanee dei pazienti sono state generate cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC), successivamente differenziate in cellule nervose affette dalla patologia. Questo modello biologico ha permesso di analizzare direttamente i meccanismi cellulari della malattia.
Su queste cellule i ricercatori hanno eseguito uno screening ad alta capacità di oltre 5.600 farmaci già esistenti, cercando molecole in grado di correggere le alterazioni metaboliche. Tra i candidati più promettenti sono emersi gli inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5, in particolare il farmaco Sildenafil, già utilizzato in ambito clinico per altre indicazioni.
Nei modelli cellulari il farmaco ha migliorato la produzione energetica e ristabilito alcune funzioni biologiche compromesse. L’effetto è stato osservato anche negli organoidi cerebrali, strutture tridimensionali coltivate in laboratorio che simulano lo sviluppo del tessuto nervoso umano.
Dalla sperimentazione animale ai primi dati clinici
La fase successiva della ricerca ha previsto la verifica dei risultati in modelli animali, tra cui modelli murini e suini sviluppati con il supporto dell’azienda biotech Avantea. In questi sistemi sperimentali il sildenafil ha mostrato effetti rilevanti: miglioramento dei sintomi della malattia e prolungamento significativo della sopravvivenza.
Sulla base di tali evidenze, il trattamento è stato impiegato in modalità compassionevole su un piccolo gruppo di pazienti. I dati preliminari indicano una buona tollerabilità e segnali incoraggianti, con miglioramenti delle capacità motorie e una maggiore resistenza alle crisi metaboliche.
Secondo i ricercatori italiani coinvolti, tra cui Emanuela Bottani e Dario Brunetti, il valore dello studio risiede nell’approccio integrato capace di accelerare la ricerca di terapie per patologie rare.
L’Agenzia Europea per i Medicinali ha già riconosciuto al sildenafil la Orphan Drug Designation per la sindrome di Leigh, un passaggio che favorisce lo sviluppo clinico del trattamento. Studi più ampi sono attualmente in corso per verificare efficacia e sicurezza su un numero maggiore di pazienti.
Articolo Precedente
Lombardia investe 10 milioni per l’occupazione degli inattivi
Articolo Successivo
Una finestra per tetti per dare vita alla mansarda