Un nuovo marcatore per prevedere il rischio di secondo infarto
17/02/2026
Chi sopravvive a un infarto entra in una fase delicata della propria vita clinica: la prevenzione delle recidive diventa prioritaria e ogni elemento capace di affinare la stratificazione del rischio può fare la differenza. In questo contesto si inserisce la ricerca su un nuovo marcatore biologico in grado di identificare con maggiore precisione i pazienti esposti alla possibilità di un secondo evento cardiovascolare.
La scoperta apre prospettive rilevanti per la cardiologia clinica, perché consente di integrare i tradizionali fattori di rischio – pressione arteriosa, colesterolo, diabete, abitudine al fumo – con un indicatore molecolare capace di restituire informazioni più puntuali sullo stato infiammatorio e sulla vulnerabilità del sistema cardiovascolare.
Come funziona il nuovo indicatore biologico
Il principio su cui si basa questo marcatore è legato ai meccanismi infiammatori e trombotici che seguono un primo evento ischemico. Dopo un infarto, infatti, l’organismo attiva una complessa risposta biologica che coinvolge cellule immunitarie, proteine plasmatiche e mediatori chimici. In alcuni pazienti tale risposta si mantiene elevata nel tempo, contribuendo a rendere instabili le placche aterosclerotiche e aumentando la probabilità di una nuova occlusione coronarica.
Attraverso un semplice prelievo di sangue, il dosaggio del marcatore permette di individuare quei soggetti in cui l’attività infiammatoria residua rimane significativa. Questo dato, se interpretato insieme al quadro clinico e strumentale, offre al cardiologo uno strumento aggiuntivo per calibrare la terapia farmacologica e l’intensità del follow-up.
L’utilità non risiede soltanto nella previsione statistica del rischio, ma nella possibilità di personalizzare le cure: un paziente con valori elevati potrà beneficiare di un trattamento più aggressivo sul piano antitrombotico o ipolipemizzante, oltre a controlli più ravvicinati.
Implicazioni per la prevenzione secondaria
La prevenzione secondaria rappresenta uno dei pilastri della cardiologia moderna. Ridurre la probabilità di un secondo infarto significa intervenire su più fronti: stile di vita, aderenza terapeutica, controllo dei parametri clinici e monitoraggio costante. L’introduzione di un marcatore predittivo affidabile rafforza questa strategia, perché consente di identificare precocemente i pazienti che necessitano di un’attenzione particolare.
Dal punto di vista organizzativo, l’integrazione del test nei percorsi assistenziali potrebbe tradursi in protocolli più mirati, con un impatto anche sulla sostenibilità del sistema sanitario. Concentrando le risorse sui profili a rischio più elevato, si ottiene una gestione più efficiente e potenzialmente si riducono ricoveri e complicanze.
Resta essenziale, tuttavia, evitare interpretazioni semplificative. Il marcatore non sostituisce la valutazione clinica complessiva, né può prescindere dall’analisi dei fattori comportamentali e ambientali. Il suo valore risiede nella capacità di affinare il giudizio medico, non di sostituirlo.
La ricerca in ambito cardiovascolare continua a spostare l’attenzione verso una medicina sempre più personalizzata, fondata sull’integrazione tra dati biologici e storia individuale del paziente. L’individuazione di indicatori predittivi affidabili rappresenta un passo significativo in questa direzione, con l’obiettivo di trasformare l’esperienza di un primo infarto in un punto di svolta verso una gestione più consapevole e protettiva della propria salute.