Alzheimer, uno studio della Statale di Milano indica nella proteina CAP2 un possibile bersaglio precoce per proteggere le sinapsi
15/04/2026
Nella malattia di Alzheimer il danno non comincia quando compaiono i primi vuoti di memoria. Molto prima della fase clinicamente evidente, a incrinarsi sono gli equilibri più fini che regolano la comunicazione tra i neuroni. È lì, nello spazio delicato delle sinapsi, che la patologia avvia una parte decisiva del proprio percorso. Ed è proprio su questo terreno iniziale che si concentra uno studio preclinico coordinato dall’Università degli Studi di Milano, secondo cui aumentare precocemente i livelli della proteina CAP2 potrebbe contribuire a preservare la struttura e la funzione delle connessioni sinaptiche, attenuando nel tempo i deficit cognitivi associati alla malattia.
Perché le sinapsi sono il vero fronte iniziale della malattia
Il lavoro, pubblicato sulla rivista Molecular Therapy, parte da un presupposto ormai centrale nella ricerca sull’Alzheimer: il declino cognitivo non dipende esclusivamente dall’accumulo delle proteine patologiche più note, ma anche da una progressiva compromissione delle sinapsi, che precede la comparsa dei sintomi e contribuisce in modo sostanziale alla perdita di efficienza delle reti neuronali.
Il gruppo di ricerca coordinato da Ramona Stringhi e Silvia Pelucchi, assegnista e ricercatrice in Farmacologia del Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari “Rodolfo Paoletti” della Statale di Milano, ha scelto di intervenire proprio in questa fase precoce, con l’obiettivo di capire se sia possibile rafforzare i meccanismi cellulari che mantengono stabili le connessioni tra neuroni prima che il danno diventi strutturale.
Al centro dello studio c’è la proteina Cyclase-Associated Protein 2, nota come CAP2, coinvolta nella regolazione del citoscheletro di actina. Si tratta di una rete di filamenti proteici essenziale per l’architettura cellulare e, nel cervello, particolarmente importante per la forma e la stabilità delle spine dendritiche, piccole strutture che rendono possibile la trasmissione sinaptica e sostengono la plasticità neuronale. Quando questo assetto si altera, anche le sinapsi perdono efficienza, stabilità e capacità di adattamento.
Il ruolo di CAP2 e i risultati ottenuti nei modelli preclinici
Ricerche precedenti avevano già mostrato che, nella malattia di Alzheimer, i livelli di CAP2 risultano ridotti nell’ippocampo, una regione cerebrale cruciale per i processi della memoria. Da questa osservazione è nata l’ipotesi verificata nello studio milanese: riportare la proteina a livelli più elevati, in una fase molto precoce della patologia, avrebbe potuto proteggere le sinapsi dalle alterazioni iniziali.
I ricercatori hanno quindi aumentato i livelli di CAP2 in modelli di malattia prima della comparsa dei sintomi, per valutare successivamente se questo intervento fosse in grado di conservare la funzionalità sinaptica e contenere il deterioramento cognitivo. Parallelamente, grazie alla collaborazione con la piattaforma di microscopia UniTech NOLIMITS, è stato sviluppato un sistema avanzato di analisi tridimensionale che ha consentito di osservare con maggiore precisione il modo in cui CAP2 interagisce con altre proteine nelle sinapsi e contribuisce alla loro organizzazione.
I risultati indicano che il ripristino di CAP2 aiuta a limitare le alterazioni del citoscheletro e della dinamica delle spine dendritiche, due passaggi strettamente legati al progressivo deterioramento della funzione sinaptica. Nei modelli esaminati, questo si è tradotto in una migliore conservazione dell’attività delle sinapsi e in performance cognitive superiori rispetto ai soggetti di controllo.
Una strada promettente, ma ancora tutta da verificare nell’uomo
Il significato dello studio sta soprattutto nell’impostazione. Più che tentare di correggere un danno già avanzato, la ricerca punta a intervenire prima, sostenendo quei processi cellulari che consentono alle reti neuronali di restare efficienti nel tempo. È una logica preventiva, che guarda alla stabilità delle connessioni cerebrali come a una risorsa biologica da difendere sin dalle prime fasi della malattia.
Secondo Elena Marcello, docente di Farmacologia del Dipartimento e corresponding author della ricerca, il lavoro suggerisce che rafforzare precocemente i meccanismi di mantenimento delle sinapsi potrebbe contribuire a rallentare o ritardare il declino cognitivo. Il dato, tuttavia, va letto con la cautela che impone ogni studio preclinico. I risultati aprono una prospettiva di grande interesse, ma serviranno ulteriori approfondimenti per capire se questa strategia potrà un giorno tradursi in un approccio terapeutico applicabile all’uomo.
È proprio in questa distanza tra promessa scientifica e possibile uso clinico che si colloca oggi il valore della ricerca: non l’annuncio di una soluzione imminente, ma l’individuazione di un meccanismo biologico che merita di essere studiato con attenzione. E, in un ambito segnato da una domanda crescente di strumenti efficaci contro la progressione dell’Alzheimer, anche un avanzamento di questo tipo rappresenta un segnale importante.
Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to