Cibo e biodiversità, nuovo indice misura il rischio globale
31/07/2026
L’Indonesia supera il Brasile per rischio di perdita della biodiversità legato alla produzione agricola, nonostante il Paese sudamericano conservi il primato per superficie forestale distrutta. È uno dei risultati principali di uno studio condotto dalle Università di Torino e Milano, che introduce un nuovo indicatore per misurare il costo ecologico delle filiere alimentari e del commercio internazionale.
Analizzati 157 prodotti agricoli in 166 Paesi
La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Ecological Economics, è firmata da Stella Lauro, Silvana Dalmazzone e Marco M. Bagliani del Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis” dell’Università di Torino e da Giorgio Vacchiano del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università Statale di Milano.
Bagliani, scomparso prematuramente nel 2024, aveva contribuito alla definizione concettuale dello studio e alle sue prime fasi di sviluppo. Lauro è inoltre affiliata al Collegio Carlo Alberto.
Gli studiosi hanno combinato i dati satellitari relativi alla deforestazione con i flussi commerciali di 157 prodotti agricoli. L’elaborazione ha permesso di ricostruire gli effetti sulla biodiversità della produzione in 166 Paesi e dei consumi alimentari di 195 Stati, considerando il periodo compreso tra il 2005 e il 2022.
L’analisi collega la trasformazione delle foreste alle singole colture e valuta sia il danno immediato provocato dalla conversione degli habitat sia quello generato negli anni successivi dall’occupazione agricola del suolo.
Il nuovo indicatore Biodiversity Risk
Il gruppo di ricerca ha sviluppato il Biodiversity Risk, un indicatore che integra la quantità di superficie forestale convertita con il valore ecologico degli ecosistemi interessati. Nel calcolo rientrano anche la vulnerabilità delle specie presenti e il loro livello di endemismo, cioè la concentrazione in aree geografiche limitate.
La sola misurazione degli ettari di foresta perduti, secondo i ricercatori, non permette di comprendere pienamente la gravità dell’impatto. La distruzione di due aree della stessa estensione può infatti produrre conseguenze molto diverse quando una delle due ospita specie rare, vulnerabili o presenti esclusivamente in quel territorio.
Questa metodologia modifica la geografia del danno ambientale. Il Brasile rimane il Paese con la maggiore superficie deforestata, ma l’Indonesia raggiunge il livello più elevato di rischio per la biodiversità a causa della ricchezza di specie endemiche e della fragilità delle sue foreste tropicali.
Olio di palma, soia e gomma tra le filiere più esposte
Lo studio distingue anche gli effetti delle diverse produzioni agricole. Olio di palma, soia e gomma naturale concentrano una quota rilevante del rischio associato al commercio internazionale, collegando la domanda dei Paesi importatori alla conversione degli ecosistemi nei territori produttori.
Carne, riso e manioca risultano invece maggiormente connessi ai consumi interni dei Paesi nei quali vengono prodotti. La mappa elaborata dai ricercatori consente quindi di individuare con maggiore precisione le materie prime, le aree geografiche e i flussi commerciali sui quali indirizzare le politiche di conservazione.
«Le nostre scelte di consumo possono avere conseguenze molto lontane da noi, ma non per questo meno rilevanti», spiegano Stella Lauro e Silvana Dalmazzone. Rendere misurabile questo rapporto può fornire strumenti utili alle istituzioni e alle imprese per orientare i sistemi produttivi verso modelli con un impatto inferiore.
La tracciabilità contro la deforestazione non basta
I risultati assumono rilievo anche rispetto al regolamento europeo EUDR, che impone alle aziende di dimostrare che cacao, caffè, olio di palma, soia, gomma naturale, legno e bovini non provengano da terreni deforestati.
La ricerca evidenzia però che la tracciabilità “deforestation-free” da sola non considera il differente valore biologico delle foreste. Integrare il Biodiversity Risk nelle certificazioni, nelle politiche pubbliche e nelle strategie di approvvigionamento potrebbe consentire di valutare con maggiore accuratezza gli effetti reali delle importazioni.
Tra le possibili misure vengono indicati sistemi di monitoraggio satellitare, catene di fornitura più trasparenti, accordi con i Paesi produttori e incentivi per concentrare le coltivazioni in aree già degradate o caratterizzate da un rischio ecologico più basso.
Giorgio Vacchiano richiama anche il ruolo dei cittadini, attraverso la riduzione degli sprechi, la scelta di filiere certificate e la richiesta di maggiore trasparenza a produttori e distributori. La protezione delle foreste tropicali, osserva il ricercatore, riguarda direttamente la stabilità del clima, la sicurezza alimentare e la qualità della vita.
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Fabiana Fissore è web editor e creator di contenuti dedicati a lifestyle urbano ed eventi locali. Racconta la città con uno stile fresco e coinvolgente, a stretto contatto con il territorio.