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SLA, uno studio internazionale apre nuove piste sulla componente genetica della malattia

13/04/2026

SLA, uno studio internazionale apre nuove piste sulla componente genetica della malattia

La ricerca sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica compie un nuovo passo in avanti sul terreno più complesso e decisivo, quello della genetica. Uno studio internazionale pubblicato su Nature Genetics, a cui hanno partecipato anche l’Università degli Studi di Milano, l’Irccs Istituto Auxologico Italiano e il Centro Dino Ferrari, ha individuato nuove varianti genetiche rare che potrebbero essere associate a un aumento del rischio di sviluppare la malattia. Non si tratta ancora di risultati con un’immediata ricaduta clinica, ma di un avanzamento rilevante nella comprensione dei meccanismi biologici che stanno alla base della SLA.

La malattia, da tempo al centro di un’intensa attività scientifica internazionale, continua infatti a presentarsi come una condizione estremamente complessa, nella quale la componente genetica non agisce quasi mai in modo lineare o esclusivo. In molti casi il rischio individuale sembra dipendere da una combinazione di fattori, tra cui un ruolo importante è svolto proprio da varianti genetiche rare, spesso difficili da intercettare e ancora più difficili da interpretare.

Uno dei più ampi studi genetici mai condotti sulla SLA

Per affrontare questa complessità, i ricercatori hanno analizzato uno dei più grandi dataset di sequenziamento dell’esoma disponibili finora per la SLA. Lo studio ha coinvolto 13.138 persone affette dalla malattia e 69.775 soggetti di controllo, con una successiva analisi di conferma condotta su 4.781 pazienti e 130.928 controlli. Numeri di questa portata consentono di rafforzare la solidità statistica dei risultati e di individuare segnali che in studi più piccoli rischierebbero di restare invisibili.

Il lavoro è nato dalla collaborazione di 22 coorti internazionali, elemento che ha permesso di confrontare dati raccolti in contesti differenti e di ottenere evidenze più robuste. Tra i protagonisti italiani figurano Vincenzo Silani, docente della Statale di Milano e direttore del Dipartimento di Neuroscienze e del Laboratorio di Neuroscienze dell’Irccs Auxologico Italiano, e Nicola Ticozzi, professore associato di Neurologia dell’ateneo milanese e direttore dell’Unità operativa di Neurologia di Auxologico, entrambi afferenti al Centro Dino Ferrari.

Secondo Ticozzi, l’analisi congiunta dei dati conferma in larga parte le conoscenze già acquisite sulla genetica della SLA, ma al tempo stesso suggerisce nuovi possibili geni associati alla malattia. In particolare, i geni YKT6 e ARPP21 mostrano associazioni significative sia nella fase iniziale dello studio sia nella successiva fase di conferma. Altri geni, tra cui KNTC1, HTR3C e GBGT1, vengono indicati come meritevoli di approfondimento, anche se richiederanno ulteriori verifiche per essere compresi con maggiore precisione.

Nuovi indizi biologici, ma nessun impatto clinico immediato

Un altro aspetto interessante emerso dallo studio riguarda il possibile coinvolgimento di geni legati ai processi di splicing dell’RNA, una funzione biologica fondamentale per il corretto utilizzo delle informazioni genetiche all’interno delle cellule. Come sottolinea Vincenzo Silani, l’analisi segnala anche alcuni geni candidati — tra cui CAPN2, UNC13C, KIF4A e TTC3 — che condividono caratteristiche con geni già noti per il loro legame con la SLA.

Si tratta di un risultato importante perché contribuisce a definire con maggiore accuratezza il quadro molecolare della malattia, aggiungendo nuovi tasselli a una mappa ancora incompleta. La SLA appare sempre più come una patologia geneticamente articolata, nella quale diversi fattori possono concorrere ad aumentare la vulnerabilità individuale, senza che esista sempre un rapporto diretto e deterministico tra una singola variante e lo sviluppo della malattia.

Proprio per questo gli autori invitano a leggere i risultati con equilibrio scientifico. Le nuove evidenze non modificano, almeno per ora, la pratica clinica quotidiana e non si traducono automaticamente in nuovi strumenti diagnostici o terapeutici. Il loro valore sta piuttosto nel rafforzare la base conoscitiva da cui potrà svilupparsi, nel tempo, una ricerca più mirata.

Il significato più profondo di questo lavoro sta dunque nella sua capacità di ampliare la comprensione dei meccanismi biologici che regolano la SLA e di confermare l’importanza delle grandi collaborazioni internazionali. In patologie complesse come questa, la massa critica dei dati e il confronto tra centri di ricerca diversi rappresentano una condizione essenziale per avanzare in modo credibile. È attraverso studi di questa scala che la ricerca può accumulare conoscenze sufficienti, non solo per leggere meglio il rischio genetico, ma anche per aprire, nel lungo periodo, alla possibilità di nuove strategie diagnostiche e terapeutiche più precise.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to