Bradipo gigante, ricostruito l’Ocnotherium dopo quasi due secoli
21/05/2026
Per quasi due secoli era rimasto un enigma della paleontologia sudamericana, conosciuto soltanto attraverso pochi denti isolati rinvenuti nelle grotte del Minas Gerais, in Brasile. Ora l’Ocnotherium giganteum, grande bradipo terrestre del Pleistocene, ha finalmente un volto, una storia evolutiva e un’identità scientifica più precisa grazie a uno studio internazionale pubblicato sullo Zoological Journal of the Linnean Society.
Nuovi fossili dalle grotte brasiliane
La ricerca è stata coordinata dal paleontologo François Pujos del CONICET di Buenos Aires e ha coinvolto anche Dawid Adam Iurino, docente di Paleontologia dei vertebrati all’Università Statale di Milano, e Alberto Boscaini, ricercatore dell’Istituto di Ecologia, Genetica ed Evoluzione dell’Università di Buenos Aires.
Il mistero sull’Ocnotherium risaliva alla metà dell’Ottocento, quando alcuni denti fossili ritrovati in Brasile erano stati attribuiti in modo ipotetico a un bradipo pleistocenico, senza però elementi sufficienti per confermare la classificazione. La svolta è arrivata grazie a nuovi reperti recuperati durante le spedizioni condotte nelle grotte brasiliane dal paleontologo Càstor Cartelle della Pontifícia Universidade Católica di Minas Gerais.
Tra i materiali studiati figurano un cranio quasi completo e diversi scheletri parziali. Gli studiosi hanno potuto analizzare resti appartenenti ad almeno otto individui, ricostruendo circa il 90% dell’anatomia scheletrica dell’animale. Un risultato che consente di distinguere finalmente questa specie dai grandi bradipi terrestri più noti, come Mylodon e Megatherium.
Un mammifero di quasi due tonnellate
L’identikit emerso dallo studio descrive un animale imponente, dal peso vicino alle due tonnellate, con un cranio estremamente robusto e una dentatura particolare. Le analisi dello scheletro indicano che l’Ocnotherium si muoveva prevalentemente su quattro zampe, ma poteva sollevarsi sugli arti posteriori assumendo una postura semi-eretta, probabilmente utile per difendersi dai predatori.
Secondo Alberto Boscaini, la ricerca conferma che Ocnotherium giganteum è una specie distinta e unica, endemica della costa atlantica brasiliana. Non si tratta quindi di una variante di altri grandi bradipi già conosciuti, ma di un protagonista autonomo della megafauna pleistocenica sudamericana.
Un contributo decisivo è arrivato dalle analisi digitali sui modelli 3D dei fossili. Iurino, del dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio” della Statale di Milano, ha condotto indagini tomografiche sui resti, esplorando le strutture interne del cranio senza danneggiare i reperti. Questo ha permesso di studiare cervello, orecchio interno, nervi e vasi sanguigni, svelando caratteristiche paleobiologiche finora sconosciute.
Olfatto sviluppato e tracce di interazione con l’uomo
Tra gli elementi più rilevanti emersi dalle analisi c’è lo sviluppo marcato dei bulbi olfattivi. Il dato suggerisce che l’Ocnotherium facesse affidamento su un olfatto molto fine per orientarsi, riconoscere altri individui della stessa specie, individuare predatori o localizzare fonti di cibo.
Un ulteriore dettaglio, ancora oggetto di studio, riguarda un omero caratterizzato dalla presenza di segni di taglio. Secondo Pujos, le incisioni osservate sulla superficie dell’osso indicano che questo grande mammifero fu con ogni probabilità macellato e consumato dai primi Homo sapiens arrivati nel continente americano. Il reperto confermerebbe quindi un’interazione diretta tra esseri umani e megafauna nel Brasile del Pleistocene.
Lo studio dell’Ocnotherium non restituisce soltanto l’aspetto di un animale rimasto a lungo nell’ombra, ma contribuisce a ricostruire la ricchezza della fauna sudamericana prima dell’estinzione dei grandi mammiferi, avvenuta circa 12mila anni fa. La ricerca aggiunge un tassello importante anche alla comprensione del rapporto tra Homo sapiens e gli ecosistemi pleistocenici del Sud America.
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